Redazionale di TerreMoti
L’articolo che segue sintetizza una serie di riflessioni, svolte in un ciclo di trasmissioni radiofoniche con l’insostituibile aiuto di chi ha vissuto le esperienze di cui tratta, sul modo in cui sono state affrontate le fasi dell’emergenza e della ricostruzione negli eventi sismici del passato. Crediamo, infatti, che il confronto con ciò che è stato fatto altrove può, a seconda dei casi, aiutare ad evitare gli errori più tragici oppure costituire una base di partenza per organizzare in modo condiviso e in funzione dei reali bisogni di chi è stato colpito, anche le fasi più delicate del post-terremoto. Come nell’ordinario quotidiano, anche nei momenti di cosiddetta emergenza questi bisogni spesso entrano in collisione con l’intervento organizzato dallo Stato. Far emergere i momenti di autorganizzazione che hanno attraversato queste esperienze diviene allora essenziale per ricostituire, seppur nel clima che si respira oggi in Abruzzo, a tratti avvilito dal soffocante controllo sociale messo in piedi dagli organi statali, una speranza di cambiamento, la prova tangibile che dinamiche sociali costruite dal basso possono nascere nelle condizioni più difficili e rafforzarsi proprio in queste occasioni. Iniziamo dunque dal Belice e dall’Irpinia, per poi passare ad affrontare nei numeri successivi le vicende friulane e ragionare criticamente sull’idea di New Town.
Il 15 gennaio del 1968 la valle del Bélice, nella Sicilia occidentale, fu squassata dal terremoto che distrusse il 90% del patrimonio edilizio rurale, generando una massa di 70.000 sfollati. Le vittime furono 400, “ma altrettanti ne sarebbero morti per il freddo, sotto le tende…” come racconta Lorenzo Barbera, sociologo al tempo impegnato in quell’area in un’intensa opera di animazione sociale insieme al gruppo di Danilo Dolci.
Al tempo la Protezione Civile non esisteva e la gestione dell’emergenza fu interamente affidata ai militari. Per molti anni, le divise furono l’unica presenza tangibile dello stato nelle zone disastrate. Era “una specie di sistema fascista” quello istituito nelle tendopoli, che lasciava la gente in balìa delle scelte assunte a Roma e di cui era lasciata totalmente all’oscuro. Secondo questo stile di gestione della popolazione terremotata, fu con grande naturalezza che dieci giorni dopo, all’indomani della seconda scossa, si decise di avviare una campagna di spopolamento guidato attraverso incentivi all’emigrazione. “Lo stato pagava i biglietti a chiunque decidesse di partire per qualunque destinazione, in Italia o all’estero”. In poco tempo la valle fu svuotata di 40.000 abitanti, primo passo del processo di abbandono e degrado che avrebbe accompagnato strutturalmente la ricostruzione.
Un’area arretrata quella del Bélice, tra le province di Palermo, Trapani e Agrigento, abitata da una popolazione contadina che però aveva sviluppato negli anni precedenti un forte movimento di partecipazione democratica popolare, con comitati radicati in ogni paese e poi raccolti in un “comitato intercomunale per la pianificazione organica”. A partire da questo retroterra non fu difficile organizzare le assemblee dei terremotati, anche a dispetto della ferma opposizione del colonnelli che governavano le tendopoli. Così, nelle riunioni, fu riattivata quell’intelligenza collettiva che connetteva il sapere contadino con l’apporto di intellettuali militanti e consentiva di “mettere a frutto le idee che potevano venire da chiunque”.
La mobilitazione che ne nacque, all’inizio per l’assistenza negata, sfociò in manifestazioni a Roma, coi terremotati che si ritrovavano in piazza insieme ai paesani emigrati, e riuscì ad imporre una legge ad hoc. Negli anni successivi si svilupparono le iniziative volte ad imporne l’attuazione, dall’obiezione fiscale alla renitenza di massa alla leva, al fine di creare un servizio civile destinato alla ricostruzione. Fu creata anche una radio clandestina, nel 1970, “la radio della nuova resistenza”, sgomberata dopo 27 ore da carabinieri e polizia.
Una battaglia che continuò in modo diverso sul fronte della ricostruzione, che fino al ’76 restò centralizzata, con piani di urbanizzazione elaborati al Ministero dei Lavori Pubblici, escludendo persino i sindaci. La soluzione adottata fu quella della deportazione degli abitanti in luoghi distanti fino a 20 Km dai vecchi abitati, coi contadini impossibilitati persino a recarsi sulla terra da coltivare. Il modello seguito dagli ingegneri di stato fu quello dei paesi scandinavi del dopoguerra, una realtà che niente aveva a che vedere con i modi di vita e i bisogni reali della popolazione delle campagne siciliane.
Una situazione che non migliorò col coinvolgimento, dal ’76 in poi, delle amministrazioni locali, nella fase che segnò la nascita di esperimenti che coinvolgevano anche grandi nomi di architetti demiurghi. Il risultato sono insediamenti con connotati a volte monumentali, ma privi di vita e identità e oggi quasi disabitati. Emblematico il caso di Ghibellina, il cui sindaco chiamò a raccolta grandi nomi, architetti, scultori, pittori, producendo un vero e proprio “bombardamento culturale di una popolazione sradicata”. Oggi Ghibellina è un luogo spettrale, la popolazione dimezzata rispetto a quella del tempo.
Non a caso, l’unica eccezione positiva fu quella di Santa Ninfa, dove si riuscì ad imporre la ricostruzione in situ e che oggi è ancora una comunità vitale.
Ci sono voluti 12.000 miliardi di lire per produrre questa catastrofe sociale ben peggiore del sisma e tutt’ora in moto, considerato che sulla carta molti interventi sono ancora in corso d’opera.
Oltre dieci anni dopo, in Irpinia, la storia sembra ripetersi, nonostante in mezzo siano passati gli anni del boom economico e quelli dell’intervento straordinario per il Mezzogiorno.
Il 23 novembre del 1980 300.000 persone restarono senza casa, in buona misura nell’ansia di ritrovare qualche parente ancora in vita sotto le macerie. I morti furono oltre tremila.
La Protezione Civile esisteva già, ma era decisamente impreparata e poco attrezzata. “Fummo noi a dargli badili e attrezzi di cui erano sprovvisti”, dice l’ingegnere Antonio D’Agostino, membro del Coordinamento Meridionale per la Ricostruzione Diretta.
I volontari arrivarono da ogni parte d’Italia, dalle più svariate provenienze politiche ed associative. Da Roma Radio Onda Rossa coinvolse oltre 300 militanti in un’attività di sostegno e denuncia che, come le altre, andava a colmare le inadempienze dello stato. Nei pressi di Lioni fu occupato un monastero, e da lì si organizzava la prima assistenza in forma autogestita, si coordinavano gli aiuti che arrivavano dalle realtà antagoniste di tutt’Italia e si provvedeva a soccorrere gli abitati dell’entroterra rimasti isolati.
Alle prime denunce sui guasti della gestione centralizzata degli aiuti, contro “amministrazioni paracriminali che cercavano d’inguattarsi il più possibile le cose che venivano mandate…”, seguì un’inchiesta sui disastri. Secondo una similitudine impressionante con quanto sarebbe accaduto quasi trent’anni dopo a l’Aquila, si era verificato il crollo di palazzi antisismici costruiti dalla Cassa del Mezzogiorno, o altri episodi eclatanti come l’ospedale a Sant’Angelo dei Lombardi.
“Allora cominciammo a fare volantini di denuncia sul fatto che ci fossero palazzi che avevano la cortina appena fatta e che erano crollati miseramente, a fronte di casolari in tufo che avevano resistito – racconta Lillo, allora redattore della radio – questo ovviamente ha dato fastidio, per cui, dopo alcuni mesi che stavamo lì, una mattina alle sei, mentre ancora dormivamo, è arrivata la polizia e c’ha espulso tutti col foglio di via per vagabbondaggio”
Ma quello non fu l’unico esempio di conflitto con l’amministrazione centralizzata del post-terremoto, governata con rigido piglio verticistico dal commissario Zamberletti, lo stesso che già aveva gestito l’emergenza in Friuli. Antonio D’Agostino descrive come un flusso continuo “di pacchi enormi di cose spesso inutili” la frenesia solidaristica che si sommava all’autoritarismo assistenziale a generare sprechi enormi.
Seguendo l’indicazione spontanea di quella parte di popolazione più reattiva, il Coordinamento Meridionale per la Ricostruzione Diretta seguì un altro criterio:
“Impegnammo subito le persone del posto nella costruzione di baracche con tavolame portato da fuori e formammo a Laviano il “Campo Meridionale”, dove dormivamo anche noi. Questo servì molto per mantenere il nucleo della comunità”.
Spiega bene come già nella seconda fase, quella dei prefabbricati, s’innestassero le prime speculazioni, preludio al secondo terremoto che poi si sarebbe verificato con la ricostruzione:
“Può essere utile fare un confronto sui costi. Una baracca costruita da noi, noi facevamo dei moduli 4 per 8, impiegando lavoratori del posto e pagandoli, veniva a costare qualcosa come 150.000 lire.
Un prefabbricato della Rubner veniva a costare sei volte tanto, intorno alle 800.000 lire …
È chiaro che questo sottraeva risorse enormi a quella che doveva essere la soluzione logica, razionale di mettere mano al più presto al recupero laddove era possibile, ed era possibile in larga parte… C’erano delle tecniche messe a punto in Friuli, ormai consolidate, che consentivano di recuperare anche fabbricati danneggiati gravemente”.
Al contrario, la politica del Commissariato era quella delle demolizioni: “Qual’era la logica? Diamo una mano al terremoto e poi ci sarà l’intervento straordinario… adesso è venuto fuori il termine new town, anche allora era quella l’idea. Un’altra cosa terribilmente illogica fu quella di trasportare la gente in luoghi distanti dal vecchio abitato. Questo aprì una ferita grandissima, perché la gente malgrado tutto voleva restare vicino alle case, anche se distrutte”.
Fu così che si crearono le prime lotte contro le speculazioni messe in opera dalle grandi aziende con il salvacondotto della struttura commissariale:
il rifiuto dei prefabbricati a Laviano e, ancor più importante, la rivolta di Buccino, con la quale la popolazione impedì fisicamente alle ruspe di demolire le case del centro storico.
È qui che si sviluppò una pratica assembleare di pianificazione popolare e partecipata della ricostruzione:
“Attraverso le assemblee popolari e attraverso soprattutto materiale informativo, filmati, diapositive, testimonianze di tecnici friulani, si capì intanto che era possibile recuperare. (…) Fu molto importante che contemporaneamente alla protesta nascesse questa coesione, questo potere popolare, ecco. Una pratica che poi si rafforzò con la creazione delle cooperative. (…) Cioè il comparto era questa piccola unità abitativa, urbanistica ed edilizia, che facilitava molto la coesione”
Una pratica che purtroppo rimase confinata in pochi esempi, mentre altrove imperversavano i tecnici governativi coi in loro progetti preconfezionati, come racconta Agostino Larzarulo, irpino al tempo attivista del CRESM:
“Se guardo all’esperienza del mio paese, Bisaccia, posso dire questo: una grande impresa, che ha la pretesa di realizzare la ricostruzione di un intero paese, lo fa unicamente perché poi deve dare in sub-appalto quei lavori, l’altra ditta sub.appalterà a sua volta, ognuno deve ricavare un profitto e la qualità dei lavori diventa l’ultima cosa, l’interesse dei cittadini a riavere la casa diventa l’ultima cosa, e si determinano tempi lunghissimi”
Ed in effetti passarono 29 anni, nel corso dei quali vennero sperperati l’equivalente di 32,4 miliardi di euro, tra scempi, speculazioni e ruberie. “Qui, a Bisaccia, tutti si ritrovano ancora nella piazza del centro storico, anche se questo è vuoto, la domenica mattina sono tutti là a passeggiare. La stessa cosa non si ricrea, non si può ricreare, in una cosiddetta new town. Si creano anche disagi di tipo psicologico… vedevamo gente vagare per questi nuovi paesi costruiti di sana pianta… per quanti sforzi si possono fare, sono sempre disumanizzanti, cioè la gante non si ritrova… nel proprio vicolo, con il vicino, scambiava due chiacchiere, c’era un rapporto di amicizia, che va perduto nei nuovi insediamenti. E allora tutti gli sforzi vanno orientati a trattenere la gente nei paesi… Se una casa non è caduta, in poco tempo è possibile fare dei lavori di messa in sicurezza e la gente può rientrare. Dove le case sono state distrutte bisogna evitare un errore, che è stato fatto qua: quello di affidare un intero vicolo a un’impresa per ricostruirlo… no, non ce n’è bisogno, perché la mia casa che ha sotto, quello che chiamiamo il sottano, o un alloggio a fianco che è di un altro proprietario, possono essere rilevati dal comune e destinati a chi abitava la parte distrutta. Si può fare una rifusione delle proprietà… Una stanza che magari è di proprietà di uno che sta a Milano da trent’anni, è meglio che gliela espropri, e gliela risarcisci in qualche modo, perché non ha un grande valore, e gli fai il garage a quello che abita lì, oppure una stanza in più. sono questioni che devono risolvere i cittadini, con il proprio tecnico di fiducia, collaborando fra di loro, con le imprese locali, così si riattiva anche il circuito economico… Bisogna tenere la gente nel centro storico. Solo così rivive il paese, rinascono attività commerciali, artigianali… solo così si recupera questo patrimonio che è inestimabile”.
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